Impresa Familiare tra persone dello stesso sesso conviventi

L’Agenzia delle Entrate con la risoluzione n. 134/E del 26 ottobre 2017, ha precisato in tema di imprese familiari, che ai fini fiscali, al convivente di fatto del titolare dell’impresa familiare, il reddito dell’impresa spetta in misura proporzionale alla quota di partecipazione agli utili della medesima. A tal proposito è necessario, che tra i due soggetti sussista un rapporto di convivenza e che il convivente svolga in maniera stabile le prestazioni di lavoro all’interno dell’impresa familiare.

Quindi con la risoluzione 26 ottobre 2017, n. 134/E, l’Agenzia delle Entrate ha fornito alcuni chiarimenti in merito all’imputazione degli utili dell’impresa familiare al convivente di fatto del titolare della medesima impresa.
Il caso sottoposto all’attenzione dell’Agenzia riguardava un soggetto che aveva proceduto con la sottoscrizione di un atto modificativo di impresa familiare, ossia scrittura privata autenticata, con la quale si dichiarava:
- la cessazione (al 31 dicembre 2016) della prestazione d’opera da parte della madre del titolare dell’impresa;
- l’inserimento all’interno dell’impresa della convivente di fatto del suddetto titolare (dichiarazione anagrafica dell’8 novembre 2016).
Il soggetto istante chiedeva chiarimenti alla possibilità di conferire al convivente, dall’anno d’imposta 2017, una parte degli utili dell’impresa familiare.

L'Agenzia delle Entrate chiarisce

Il reddito che spetta al convivente di fatto del titolare dell’impresa familiare, e che deriva dalla partecipazione agli utili della suddetta impresa, è imputabile in misura proporzionale alla sua quota di partecipazione (in misura non eccedente il 49% dell’ammontare che risulta dalla dichiarazione dei redditi dell’imprenditore).
Il reddito va qualificato come reddito di partecipazione.
L’Agenzia ha in ogni caso fornito alcune precisazioni a tal proposito.
La convivenza di fatto è stata disciplinata dalla Legge Cirinnà, che introdotto all’interno dell’ordinamento l’istituto dell’unione civile fra persone dello stesso sesso.
La norma è intervenuta anche sulla disciplina dell’impresa familiare:
- tramite l’estensione della disciplina civilistica dell’impresa familiare anche alle unioni civili;
- introducendo un nuovo articolo nel codice civile con il quale vengono regolamentate le prestazioni di lavoro rese in favore del convivente more uxorio.
Con tale nuovo articolo viene riconosciuto “Al convivente di fatto che presti stabilmente la propria opera all’interno dell’impresa dell’altro convivente…il diritto di partecipazione agli utili dell’impresa familiare ed ai beni acquistati con essi nonché agli incrementi dell’azienda, anche in ordine all’avviamento, commisurata al lavoro prestato”.
Il diritto di partecipazione tuttavia non spetta nel caso in cui tra i soggetti conviventi sussista un rapporto di società ovvero di lavoro subordinato.
Quindi gli elementi costitutivi della nuova fattispecie delineata sono:
- rapporto di convivenza;
- svolgimento in maniera stabile di prestazioni di lavoro;
- esistenza di un’impresa (familiare) alla quale sia connessa la prestazione lavorativa.
L’Agenzia ha chiarito che il regime tributario dell’impresa familiare, delineato all’interno del TUIR, è applicabile anche al caso di specie.
Invero il riferimento alla “partecipazione agli utili dell’impresa familiare” spettanti al convivente, contenuto nel nuovo articolo introdotto all’interno del codice civile, rende applicabile anche a questa fattispecie i principi generali che hanno portato alla collocazione dell’impresa familiare all’interno del TUIR.
Tutto questo non fa altro che ribadire il principio di trasparenza, ossia che il reddito prodotto da un determinato soggetto tra quelli contemplati dallo stesso art. 5 del TUIR è imputato a ciascuno degli aventi diritto:
- indipendentemente dalla percezione del reddito;
- proporzionalmente alle rispettive quote di partecipazione agli utili dell’impresa.

Redazione

Data del post: 30/10/2017

 

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