Stalking: il nuovo reato di atti persecutori

Il nuovo reato di “atti persecutori” (art. 612 bis c.p.).
a cura del dott. Alberto Migliorelli

Lo stalking è entrato a far parte del nostro ordinamento con D.l. n. 11/.09 (convertito in Legge n. 38/09), che ha introdotto il reato di “atti persecutori”, espressione con la quale si è tradotto il termine anglosassone to stalk, (“fare la posta”).
Il comportamento tipico che caratterizza la fattispecie in esame è costituita dalla reiterazione di minacce o di molestie. La peculiarità della ripetizione di queste condotte, consente di affermare che si tratti di reato abituale, nonostante la presenza dell’ipotesi di cui all’art. 612 c.p. (minaccia) tra gli elementi costitutivi, possa indurre a considerare la configurabilità degli atti persecutori quale reato complesso.
In realtà con il termine “molestia” il legislatore ha voluto far riferimento alla condotta in sé considerata e non tanto, sulla falsariga della contravvenzione di cui all’art. 660 c.p. (molestia o disturbo delle persone), al risultato della condotta medesima.
I comportamenti  minacciosi o molesti devono determinare nella persona offesa un “perdurante e grave stato di ansia o di paura”, ovvero un fondato timore per la propria incolumità o per quella di persone a lei vicine, oppure costringerla ad alterare le proprie abitudini di vita.
Il fatto che le condotte reiterate debbano produrre (alternativamente) uno degli eventi descritti, porta a concludere che ulteriore elemento costitutivo sia dato dal fatto che le molestie o le minacce si succedano in un lasso di tempo sufficiente affinché detti eventi si producano.
La fattispecie, evidentemente, mira a tutelare la libertà morale, intesa come facoltà del soggetto di autodeterminarsi. Infatti tra i vari eventi che la condotta tipica può causare, vi è l’alterazione delle proprie abitudini di vita, la quale può essere considerata come una particolare ipotesi di violenza privata.
Tuttavia ulteriore bene protetto deve ravvisarsi nell’incolumità individuale, quantomeno nel caso in cui le minacce o le molestie provochino un “perdurante e grave stato di ansia o di paura” che, inteso quale patologia medicalmente accertabile, comporta la lesione del bene salute.
In ordine alla natura giuridica, si configura un reato di danno e non di (mero) pericolo, richiedendosi la lesione effettiva del bene giuridico protetto (o dei beni giuridici protetti  qualora si ritenga il reato plurioffensivo).
Si configura quindi un reato di evento (per la consumazione del quale è richiesta la realizzazione alternativa di una delle tre situazioni sopra esposte) a forma libera, poiché, anche se ad una prima lettura può sembrare che la fattispecie si realizzi esclusivamente mediante le condotte di minaccia o molestia, è altrettanto vero che le medesime possono concretarsi in una molteplicità di forme aprioristicamente non individuabili.
L’elemento soggettivo richiesto è il dolo generico, avendo cura di precisare che – qualificato lo stalking quale reato d’evento – il soggetto dovrà anche rappresentarsi e volere uno degli accadimenti descritti dalla norma.
Dubbi potrebbero sussistere in ordine alla possibilità di configurare gli atti persecutori in presenza di dolo eventuale, posto che, in tal caso, il soggetto, ammettendo che si rappresenti ed accetti la concreta possibilità di realizzare la condotta tipica, appare difficile si configuri anche il rischio di verificazione di uno degli eventi indicati dalla norma: l’introduzione della locuzione “in modo da cagionare”, restringe l’operatività del momento soggettivo alla situazione corrispondente ad un’assoluta omogeneità tra il momento rappresentativo e quello volitivo in capo all’agente.
Configurabile il tentativo, purché possa dimostrarsi che gli atti diretti in modo non equivoco a cagionare il delitto si siano verificati in numero tale da soddisfare il requisito della reiterazione richiesto per la realizzazione dello stesso.
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L’introduzione dell’ipotesi di atti persecutori induce ad analizzare i rapporti con i reati che con esso possono concorrere.
 In relazione alla di violenza privata (art. 610 c.p.), il concorso va risolto in base al criterio di specialità, posto che – come evidenziato – l’alterazione delle abitudini di vita può considerarsi una peculiare ipotesi di violenza privata.
Viceversa, il reato di minaccia (art. 612 c.p.), deve considerarsi assorbito in quello di atti persecutori, venendo a configurare una delle condotte incriminate.
Discorso più complesso deve farsi in relazione all’ipotesi contravvenzionale della molestia o disturbo delle persone (art. 660 c.p.), in quanto, esclusa la configurabilità del reato complesso, le molestie individuate nell’art 612-bis costituiscono il genus rispetto a quelle del 660 c.p., per l’integrazione del quale sono richiesti ulteriori requisiti che ne riducono l’ambito applicativo.
 Tuttavia deve precisarsi che affinché sia integrato il delitto di atti persecutori, è necessaria una reiterazione delle condotte tale da produrre effetti perduranti nel tempo. Pertanto le incriminazioni di minaccia, molestia e violenza privata, continuano a sussistere quale autonome ipotesi di reato nel caso di singolo episodio, oppure di più episodi che non diano luogo ad effetti che si protraggono nel tempo, essendo proprio il carattere della serialità elemento fondamentale della fattispecie in esame.
Un ulteriore problema di concorso si pone nell’ipotesi in cui siano integrate, da un lato, la violenza privata aggravata o la minaccia aggravata e, dall’altro, il reato di stalking. Ci si chiede infatti se la violenza privata o la minaccia aggravate vengano assorbite negli atti persecutori o se, piuttosto, debba ammettersi un concorso di reati, anche in considerazione del fatto che la fattispecie astratta di cui all’art. 612 bis potrebbe non includere le forme aggravate dei reati di cui al 610 e 612 c.p..
Infine deve essere considerata la clausola di sussidiarietà “salvo che il fatto non costituisca un più grave reato” con cui si apre la disposizione in esame.
Sul punto, deve sottolinearsi come talvolta non si possa escludere il concorso tra questi ultimi e gli atti persecutori, rendendo in tal modo inoperativa la clausola di riserva. Tale situazione può verificarsi allorché l’illecito più grave sanzioni penalmente soltanto una parte della condotta dell’agente, oppure non esaurisca l’intero disvalore penale del fatto.

 

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