Deducibilità Ires delle perdire su crediti

Tempi e metodi di deduzione delle perdite su crediti
Il criterio di deduzione delle perdite su crediti, anche nell’ipotesi di fallimento e di altre procedure concorsuali, deve essere ispirato ai criteri civilistici di certezza e di prudenza, ripresi nella disposizione fiscale.
Sul punto interviene la Commissione ADC di Milano che, con la Norma di comportamento n. 172 del novembre 2008, precisa che il passaggio del debitore in procedura (fallimentare o concorsuale) determina la sussistenza di una presunzione della perdita del credito che, tuttavia, nella valutazione del suo effettivo ammontare (e, dunque, della sua iscrizione in bilancio quale componente negativo del reddito dell’esercizio) non può non tenere conto dei principi generali di “certezza e precisione” richiesti dalla norma civilistica ancora prima che dalla norma tributaria.
Il tema che la Commissione ADC di Milano affronta e risolve con la Norma di comportamento n. 172 riguarda la corretta imputazione - sotto il profilo fiscale e, prima ancora civilistico - delle perdite derivanti da fallimenti o procedure concorsuali.
La norma parte dall’esame della disposizione del Testo unico (art. 101, comma 5) ricordando il principio ivi calato secondo cui le perdite sono deducibili in quanto oggettivamente determinate e «in ogni caso» in presenza di procedure concorsuali.
Partendo dal testo normativo, la Commissione osserva che «la disposizione non ha il significato di presumere la perdita dell’“intero” credito alla data d’inizio della procedura stessa, bensì di introdurre una presunzione semplice riguardo alla certezza della perdita, la cui entità deve essere valutata attentamente in ogni singolo caso considerando il presumibile valore di realizzo del credito».
L’interpretazione offerta è assolutamente corretta: la previsione «in ogni caso» non può significare l’annullamento del principio generale, cui la norma dell’art. 101, comma 5, del TUIR è ispirata, di oggettiva valutazione degli elementi che portino a considerare irrimediabilmente perduto il credito commerciale.
Tale regola, oltre tutto, è in perfetta sintonia con il principio civilistico (artt. 2423, comma 2, 2426, comma 1, numero 8) e 2423-bis, comma 1, numero 4 del Codice civile) che impone l’esposizione dei crediti secondo il loro presumibile realizzo, imponendo, dunque, all’estensore del bilancio, un controllo analitico delle singole posizioni.
Si comprende, allora, che l’espressione «in ogni caso» propone, per opportuna semplificazione applicativa, una presunzione che, però, non è assoluta: più chiaramente, l’esistenza di una procedura concorsuale ben fa presumere (anche per massime di esperienza) la perdita del credito. Tuttavia questa presunzione non consente di depennare il credito per il solo fatto dell’ingresso del debitore in procedura. Così, sull’altro fronte, non è detto che la perdita debba coincidere con l’inizio (o con il termine) della procedura fallimentare o concorsuale, ben potendosi valutare (e, dunque, dedurre ai fini della determinazione del reddito di impresa) la perdita del credito anche in tempo antecedente, sulla base, appunto, degli elementi «certi e precisi» voluti dalla norma di riferimento (art. 101, comma 5, TUIR).
In sintesi, l’imputazione, in senso temporale, della perdita del credito deve «in ogni caso» avvenire nell’esercizio in cui tali elementi si manifestano, rimessi alla valutazione dell’imprenditore che, come correttamente annota la Commissione, «non può essere totalmente discrezionale: non può scegliere, a suo piacimento, l’esercizio a cui imputare la perdita, ma, nella valutazione dei crediti e nella rilevazione delle perdite, dovrà attenersi ai principi di verità e correttezza previsti dall’articolo 2423, comma 2, e di prudenza di cui all’articolo 2423-bis, comma 1, numero 4, del Codice civile, tenendo conto dell’effettivo grado di recuperabilità del credito, anche in funzione di eventuali garanzie, come ad esempio i privilegi, le ipoteche e le garanzie personali di terzi».

Fonte: Ipsoa - Autore Paolo Centore  Avvocato

 

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