Tarsu vecchia norma, nuovo risparmio

E' ritornata ad essere la “TARSU” la tassa “regina” delle entrate locali, almeno dal punto di vista dell'utente finale, a seguito dell'esonero dal pagamento dell'ICI sulla prima abitazione introdotto dal D.L. 27 maggio 2008 n. 93.
La TARSU il cui acronimo sta' per “tassa sui rifiuti solidi urbani”, volgarmente conosciuta come “tassa sulla spazzatura”, è attualmente ancora normata dal D.Lgs 507 del 15 novembre 1993; l'uso dell'avverbio temporale si spiega in molti comuni italiani con il ritardo del recepimento del D.Lgs. n.22 del 5 febbraio 1997 che ne doveva trasformare la natura: da tassa a tariffa, ritardo peraltro giustificato da una serie di fattori, tutt'altro trascurabili, che spaziano dai dubbi di costituzionalità nell'applicazione pratica della tariffa in luogo della tassa, fino alle varie proroghe che di fatto hanno continuato a legittimare la sempre verde
tassa.
Nel corso della sua applicazione la TARSU ha sempre alimentato in maniera più o meno significativa il contenzioso nelle commissione tributarie provinciali (CTP). E' stato forse questo uno dei fattori principali che ha spinto l'Agenzia del Territorio a pubblicare nel dicembre del 2005 la circolare n.13 in occasione della fornitura ai comuni italiani dei dati catastali che da questi ultimi possono anche essere utilizzati nel corso delle loro indagini conoscitive ai fini immobiliari in merito al numero ed alle relative superfici delle proprietà private.
La principale implicazione che detta circolare comporta ai fini dell'applicazione della TARSU è chiaramente enucleata nel suo allegato C. In detto allegato sono contenuti i principi di computo per le superfici imponibili ai fini TARSU, dettaglio questo di “rilevantissimo” interesse per il soggetto passivo della tassa (occupanti e detentori degli immobili). In definitiva ed esemplificando al massimo la circolare stabilisce, fra l'altro, che immobili aventi la medesima superficie possono avere ( e
di regola nella pratica hanno) superfici imponibili differenti a seconda del tipo di vani che costituiscono i locali del fabbricato oggetto di imposizione.
La circolare rende praticamente attuabile ciò prevedendo dei coefficienti moltiplicativi differenti a seconda del tipo di vano che si vuole sottoporre a tassazione, ad esempio un salone di una casa pagherà più TARSU che il vano adibito a garage della stessa casa, o ancora, la tavernetta (cantina) pagherà meno della camera da letto, ecc...In quest'ottica la TARSU appare come la risultante della sommatoria di singoli addendi (i singoli vani dell'immobile) che permette di pagare, al singolo utente, in rapporto al tipo di abitazione che possiede e non sic et simplicet in base alla metratura.
Questo chiarimento fornito dall'Agenzia del Territtorio, che dovrebbe suggellare in modo univoco il modus operandi degli accertamenti dei tributi locali, è in realtà insito nel principio costituzionale di “partecipazione al gettito pubblico in rapporto alla capacità contributiva soggettiva”. Il condizionale, utilizzato all'inizio del periodo, è d'obbligo relativamente alle modalità di tassazione utilizzate dagli enti locali ( i comuni) per la TARSU, infatti da indagini empiriche risulta che “non
tutti” (per non dire la maggior parte) i comuni pubblicizzano le modalità di computo dei metri (cioè delle superfici imponibili) in modo adeguato, difficile poi stabilire se tale comportamento possa essere giustificato dalla mancata conoscenza della norma o da “altri fattori” strettamente connessi al taglio dei trasferimenti dalle casse dell'erario a quelle degli enti locali; sicuramente arbitrario e contra lege il “potere d'imperio impositivo” di quei comuni che pur essendo stati adeguatamente notiziati (anche dalla Magistratura Tributaria) in merito e dunque formalmente a conoscenza della circolare in argomento continuano ad ignorarla.
 

Un esempio può chiarire meglio la portata rivoluzionaria di tale dettato normativo (ricordiamo che nel diritto tributario a differenza di quanto accade in altre branche del diritto le circolari, per consolidato orientamento dottrinale e giurisprudenziale, costituiscono “fonti di legge”):

supponiamo che Tizio e Caio siano soggetti passivi di due abitazioni destinate ad abitazione principale della medesima superficie: 100 mq. e che il comune Sempronio abbia deliberato una tariffa pari ad € 10,00 per mq.

Ordinariamente la liquidazione della TARSU seguiva questa logica: 100,00 mq X 10,00 € = 1000,00 € TARSU a carico del soggetto passivo (per semplicità tralasciamo le addizionali varie); a questo punto la norma soccorre il su citato principio di “uguaglianza contributiva” specificando che occorre pagare in base al tipo di vani che costituiscono le abitazioni di Tizio e Caio.

Nel nostro banale esempio l'immobile di Tizio è costituito da un solo vano adibito a sala per cui:
100,00 mq X (coeff. Moltipl.) 1,00 X 10,00 € = 1000,00 € TARSU che paga Tizio.

Caio ha invece un immobile costituito da 50,00 mq di garage accessibile esclusivamente dall'esterno e 50,00 di sala, considerando che i due vani appartengono a due tipologie differenti per le quali sono stabiliti due tipi diversi di coefficienti moltiplicativi, allora si avrà che:
50,00 mq. X (coeff. Moltipl.) 0,25 X 10,00 € = 125,00 € TARSU vano garage, 50,00 mq. X (coeff. Moltipl.) 1,00 X 10,00 € = 500,00 € TARSU vano sala, TARSU totale per Caio = 625,00 €.

Da quanto su esemplificato Caio risparmierà € 375,00 rispetto a Tizio per TARSU.
 

L'esempio ovviamente non vuole essere esaustivo ed ogni caso andrà valutato singolarmente ma è evidente l'effetto positivo sul budget famigliare, si consideri infine che i benefici di risparmio sono proporzionali alle superfici.
Dette argomentazioni hanno costituito nel corso del 2006 base importante per l'accoglimento di diversi ricorsi in CTP, di cui lo scrivente è stato interprete, avverso avvisi di accertamento emessi in totale spregio degli elementari principi di capacità contributiva, argomenti che hanno fra l'altro alimentato la stampa locale (si pensi alle conseguenza sulle casse comunali se tutti i cittadini di un comune puntassero i piedi per vedersi riconosciuti i propri diritti).
A tal'ultimo proposito e per completezza c'è da considerare che, purtroppo, nella maggior parte dei casi il risparmio d'imposta ottenuto con l'applicazione di questo metodo comporta un vantaggio economico solo su un arco temporale pluriennale rispetto all'uscita “certa” che comporta l'insaturazione di un contenzioso tributario (considerato che in autotutela quasi sempre il comune di fatto ignora le pretese del contribuente).
Tuttavia l'adagio sembra più che mai appropriato per l'occasione: “qui iure suo utitur neminem laedit”.
San Pietro Vernotico, 20/03/2010

dott. Gianluca Calò
 

Gianluca Calò esercita la professione di dottore commercialista regolarmente iscritto presso l'Ordine di appartenenza di Brindisi nella sez. A, (provenienza Ordine Dottori Commercialisti),.domiciliato presso il proprio studio sito in San Pietro Vernotico (BR) alla Via Mazzini n. 5.

 

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