Salvaguardia dell'anonimato nei concorsi pubblici

Nei concorsi pubblici non è segno di riconoscimento, la cui conseguenza è l’annullamento della prova scritta, l’apposizione di cancellature a penna nell’elaborato.
E’ questa la conclusione che si ricava da una consolidata giurisprudenza del Consiglio di Stato ribadita recentemente dalla sentenza della Sezione V n. 1740 del 26 marzo 2012.
La questione era nata dal fatto che  il TAR della regione Campania aveva annullato la graduatoria definitiva di un concorso pubblico indetto da un Comune per un posto di assistente sociale, ritenendo segno di riconoscimento l’apposizione, su uno degli elaborati scritti (redazione di una relazione istruttoria da parte di un assistente sociale) della candidata vincitrice, di una cancellatura atta ad oscurare, in maniera che tuttavia rendeva visibile la scrittura sottostante, il nome ed il cognome della stessa.
L’interessata proponeva appello al Consiglio di Stato deducendo l’errore della motivazione del TAR con cui, a suo dire, era stata rappresentata falsamente la realtà, data l’assoluta non visibilità né decifrabilità del suo nome apposto al di sotto della cancellatura.
La difesa sosteneva che non emergevano affatto elementi atti a comprovare in modo inequivoco l’intenzione della candidata di rendere conoscibile il proprio elaborato alla Commissione, essendo, tra l’altro, il nome dell’assistente sociale autore della relazione istruttoria di pura fantasia e, comunque, totalmente cancellato, in modo da renderlo invisibile come segno di riconoscimento.
Il Consiglio di Stato, acquisito in giudizio l’originale dell’elaborato, ha riscontrato la presenza di una pluralità di cancellature a penna, tali da rendere invisibili le parole sottostanti ed in particolare una, sul lato destro del compito, che oscurava ed occultava totalmente la scrittura sottostante ed attraverso la quale non risultava visibile il supposto nome e cognome della candidata.
Ciò precisato quanto alla non riconoscibilità del nome della candidata, i giudici si sono poi soffermati ad accertare se, in ogni caso, la presenza della cancellatura costituisca di per sé segno di riconoscimento che consenta di individuare il soggetto che lo ha apposto.
Sono state così innanzitutto richiamate le regole, in materia di pubblici concorsi, che vietano l'apposizione di segni di riconoscimento sugli elaborati scritti e che sono finalizzate a garantire l'anonimato di tali prove, a salvaguardia della par condicio tra i candidati. I giudici hanno sottolineato che ciò che rileva non è tanto l'identificabilità dell'autore dell'elaborato attraverso un segno a lui personalmente riferibile, quanto piuttosto l'astratta idoneità del segno a fungere da elemento di identificazione. Ciò, secondo il Consiglio di Stato, che ha richiamato un orientamento consolidato (Sez. IV, 25-06-2010, n. 4119; Sez. V , 16-02-2010, n. 877 ; Sez. VI, 8.2.2006 n. 5220; Sez. V, 29.9.1999, n. 1208)  “… ricorre quando la particolarità riscontrata assuma un carattere oggettivamente ed incontestabilmente anomalo rispetto alle ordinarie modalità di estrinsecazione del pensiero e di elaborazione dello stesso in forma scritta, in tal caso a nulla rilevando che in concreto la commissione o singoli componenti di essa siano stati, o meno, in condizione di riconoscere effettivamente l'autore dell'elaborato scritto…”
Il Collegio ha concluso ritenendo che l’apposizione di cancellature (peraltro non isolate, ma in un certo numero) a penna nell’elaborato è fatto riconducibile solo ad una incertezza usuale nei candidati, rilevabile nella maggior parte degli elaborati di una selezione concorsuale e non connotata da un carattere di anomalia tale da poter mettere la Commissione o un suo componente in condizione di riconoscerne l’autore. Per questo essa non è configurabile come segno di riconoscimento.
Il Consiglio di Stato ha dunque accolto l’appello.

La problematica affrontata dalla sentenza riveste non poco rilievo ed è di assoluta attualità dal momento che coinvolge il vasto scenario della disciplina dell’accesso all’impiego nelle Pubbliche Amministrazioni che, secondo quanto stabilito dall’art. 97 della Costituzione, deve avvenire mediante espletamento di pubblico concorso.
In ogni fase della procedura concorsuale l’Amministrazione deve garantire la più completa e assoluta trasparenza, al fine di perseguire al meglio il soddisfacimento dell’interesse pubblico consistente nell’individuazione del candidato più meritevole.
L’Amministrazione, dunque, durante tutte le fasi concorsuali, deve assicurare il rispetto del principio dell’anonimato, anche al fine di soddisfare il criterio generale di imparzialità che deve sottendere l’azione amministrativa, a salvaguardia della “par condicio” tra i partecipanti.
È regola generale che la prova scritta non deve riportare la sottoscrizione dei candidati, né altri segni di riconoscimento idonei a rivelarne l’identità, affinchè  la valutazione sia imparziale.
Il punto dunque è: quali sono questi segni di riconoscimento? Sono considerati tali quegli elementi che assumono carattere anomalo rispetto alle ordinarie modalità di estrinsecazione del pensiero e di elaborazione dello stesso in forma scritta, da cui si desume la volontà e l’intenzionalità di rendere riconoscibile l’elaborato. Così è stato ritenuto che viola il principio dell’anonimato e pertanto può essere annullata la prova scritta caratterizzata dalla presenza di “…. elementi atti a comprovare in modo inequivoco l’intenzione del concorrente di rendere riconoscibile il proprio elaborato…” (Consiglio di Stato, Sez. V, 26.09.2000, n. 5098).
Secondo l’orientamento consolidato della giurisprudenza amministrativa, a cui si conforma anche la decisione in commento, le commissioni giudicatrici, nel valutare la riconducibilità dei segni presenti sui compiti ai relativi autori, non possono ispirarsi a concezioni rigorosamente formalistiche per le quali la semplice apposizione di un segno o la presenza di una cancellatura comporterebbe l’esclusione del candidato dal concorso. Il principio è ben evidenziato nella sentenza del T.A.R. Sicilia, Catania, del 5.4.1982, n. 105,  ove si ritiene che concezioni rigorosamente formalistiche “… avulse da ogni considerazione delle circostanze obiettive e soggettive, se offrono (in teoria) maggiori garanzie d’imparzialità, comportano notevoli risvolti negativi nella misura in cui producono indiscriminatamente, e quindi ingiustamente, effetti gravemente sanzionatori (l’esclusione, appunto) nei confronti di candidati che, derogando inavvertitamente - come spesso accade - a tale criterio, non abbiano avuto alcun intento di rendere individuabile il proprio elaborato…”.
Ed invero, nelle procedure concorsuali la regola dell’anonimato degli elaborati scritti, anche se essenziale, non può essere intesa in modo assoluto e tassativo tale da comportare l’invalidità delle prove quando sia ipotizzabile il riconoscimento dell’autore del compito.
Se infatti tutte le prove dovessero venire annullate ogni volta che sia ipotizzabile il riconoscimento dei candidati, sarebbe materialmente impossibile svolgere concorsi con esami scritti, giacché non si potrebbe mai escludere, a priori, la possibilità che un commissario riconosca la scrittura di un candidato, benché il relativo elaborato sia formalmente anonimo.
Proprio a partire da tali valutazioni l’orientamento consolidato della giurisprudenza è nel senso di ritenere che la regola dell’anonimato porta a dire  che nell’elaborato non deve essere presente alcun segno che sia “in astratto” ed “oggettivamente” suscettibile di riconoscibilità.
Sulla base di queste considerazioni non si può dunque che condividere la sentenza in argomento che ha concluso ritendo che le cancellature presenti nell’elaborato concorsuale non sono configurabili quale segno di riconoscimento dell’ elaborato stesso.
 

Dott. ssa Maria Rosaria Pacelli

 

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